Le multinazionali vogliono il TTIP, il mercato unico atlantico


Barack Obama, da bravo fiduciario di Wall Street, ha salvato le banche statunitensi finite nell'anticamera del fallimento a causa delle proprie speculazioni andate a male. È fisiologico che ora voglia offrire una sponda alle imprese nazionali creando un unico grande mercato transatlantico fra gli Stati Uniti e l'Unione Europea. Un mercato sul quale, senza il peso di dazi doganali, e senza l'ostacolo di regolamenti tecnici e di norme sanitarie differenti, circoleranno tranquillamente materie prime, merci, prodotti finiti e capitali.
Ovviamente tra i settori che dovrebbero essere liberalizzati c'è quello dei prodotti agricoli ed alimentari, sul quale da tempo sono apparse come attrici diverse aziende chimiche americane e tedesche. Una svolta che, se venisse attuata, comporterebbe effetti devastanti per l'Italia che, nel settore agricolo e nei suoi derivati, vanta la più vasta e differenziata offerta di prodotti, noti per la propria qualità e per questo imitati ovunque. Il famigerato Parmesan ha fatto scuola.
Un'Italia che, proprio per questo, non ha mai goduto di grandi appoggi nell'Unione che invece ha sempre privilegiato i prodotti dell'industria trasformatrice latteario-casearia del Nord Europa che deve poter contare su materie prime standardizzate ed intercambiabili. Per dare vita a questo grande mercato unico, Stati Uniti e Unione Europea stanno discutendo dal 2013. Il trattato in questione è stato indicato con l'acronimo Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership, accordo transatlantico per il commercio e gli investimenti). Nelle intenzioni dei suoi sostenitori esso dovrebbe essere esteso anche Canada e Messico che, con gli Usa, già fanno parte dell'accordo Nafta.
Il progetto sta molto a cuore ad entrambe le parti perché nascerebbe la principale area di libero scambio del mondo. Sulle due sponde dell'Atlantico passa infatti oltre il 30% del commercio globale (Germania ed Usa sono rispettivamente il secondo ed il terzo Paese esportatore dopo la Cina) ed Europa e Stati Uniti contribuiscono a quasi il 50% del Pil mondiale. Il progetto, che va ad affiancarsi all'altro per creare un altro mercato unico sul Pacifico tra Usa, Cina, Giappone e Corea, è stato presentato con le solite argomentazioni che vengono usate in questi casi. Ad incominciare dall'aumento della concorrenza e degli inevitabili benefici in termini di qualità. Per finire all'argomento clou, ossia il calo dei prezzi al dettaglio. Di conseguenza, insistono i fautori del Ttip, ci sarà una crescita economica della quale godranno tutti i Paesi partecipanti e di riflesso i cittadini e i consumatori.
In realtà, la prima conseguenza dell'applicazione del Ttip sarà quella di rendere irrilevante il ruolo degli Stati che non saranno più in grado di imporre regole alle imprese e di tutelare le produzioni nazionali, specie in settori già di per se stessi penalizzati come l'agricoltura. Sarà insomma il definitivo colpo portato ad una sovranità nazionale che è stata già resa una parola vuota dal trasferimento della sovranità monetaria sotto l'autorità di un'unica struttura quale è la Banca centrale europea. A dettare le regole del gioco saranno quindi le multinazionali che non soltanto potranno incamerare enormi profitti ma innesteranno anche un enorme trasferimento di ricchezza reale che si muoverà dai Paesi economicamente più deboli verso le aree più ricche.

Alla riunione del G7 è emersa la volontà dei governi di accelerare per arrivare ad un accordo entro la fine dell'anno. Un approccio incredibile se solo si pensa che il Ttip contempla la possibilità offerta alle aziende di chiedere un arbitrato internazionale qualora si ritengano danneggiate e di fare causa ai singoli governi per il calo dei guadagni. In particolare nei settori bancari e assicurativi (ogni commento e superfluo) e nelle telecomunicazioni. Verranno così messe sotto accusa le legislazioni nazionali quando si rivelino in grado di mettere in forse quella che viene definita “l'aspettativa di profitto” delle aziende. Anche se si trattasse di norme sulla tutela dei lavoratori e dei loro diritti in materia di retribuzioni e di orari di lavoro.
Nel caso delle telecomunicazioni, le implicazioni dell'accordo saranno gravissime. Esso comporterà che i governi europei non potranno più mettere freni al dominio statunitense che già utilizza la propria superiorità tecnologica, grazie alle società produttrici di hardware e software, e tramite i satelliti e le stazioni di ascolto a terra della National Security Agency, per spiare le telefonate e le e-mail di tutto il mondo. Un'altra eclatante cessione di sovranità alla quale l'Europa si sta piegando senza battere ciglio.
I negoziatori hanno posto l'accento sul fatto che la semplificazione e la unificazione di fatto delle legislazioni sulle due sponde dell'Atlantico renderà tutto più facile. Resta da vedere per chi. La risposta è che sarà tutto più facile per le multinazionali che avranno a che fare con un unico mercato sul quale varranno le loro regole.
L'Unione Europea, attraverso le proprie burocrazie, e con la complicità dei governi dei Paesi membri, si conferma così come funzionale a questa strategia. Il difetto è infatti nel manico. L'Unione Europea, erede diretta del Mec e della Cee, così come la volle Jean Monnet, è nata per essere solo un grande mercato. Non poteva essere un colosso politico perché già era difficile mettere d'accordo i sei Paesi fondatori, figurarsi i ventotto attuali. E questa impostazione economica emerge in tutta la sua forza in campo agricolo.
Dal 1958 ad oggi, vi è stato soltanto un commissario europeo all'agricoltura che appartenesse all'area mediterranea, quella che si caratterizza per la varietà dei prodotti offerti. L'italiano Carlo Scarascia Mugnozza lo fu infatti per pochi mesi a cavallo tra il 1972 e il 1973. Ci sono stati invece 3 olandesi, 3 danesi, 2 irlandesi, un lettone, un romeno, un lussemburghese ed un austriaco. Una scelta significativa. Non è un caso che questi signori (molto spesso con un passato di lavoro o di consulenza presso società industriali) in un settore come l'olio di oliva, abbiano fatto passare la linea che non importa da dove provenga la materia prima ma conta invece dove il prodotto finito viene imbottigliato. E le etichette ci informano che esso è “proveniente da olii comunitari” che in realtà possono essere originari anche del Maghreb. E quello che vale per l'olio può valere benissimo per altri prodotti.
Ci troveremo così a mangiare prodotti dei quali non potremo pretendere di conoscere l'origine (o la presenza di Ogm) perché i governi che provassero a muoversi in tal senso verrebbero sanzionati dal famoso arbitrato internazionale. E allora, il fatto che gli europei, o meglio i tecnocrati di Bruxelles e i capi di governo, convergano sugli interessi delle multinazionali, non deve stupire più di tanto. È la realizzazione di un progetto avviato sessanta anni fa e che non poteva che finire in questo modo.
Il grave è che ci vogliono far credere che sia tutto per il nostro bene.
Filippo Ghira

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