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10 marzo 2016

La grande spartizione della Libia: un bottino da almeno 130 miliardi.

I tre guardiani

Quando si incontreranno martedì al palazzo Ducale di

Venezia, Matteo Renzi e François Hollande guardandosi negli
occhi dovrebbero farsi una domanda: per quali ragioni
facciamo la guerra in Libia?
La risposta più ovvia - il Califfato - è quella di comodo. La
guerra di Libia è partita nel 2011 con un intervento francese,
britannico e americano che con la fine di Gheddafi è diventato
conflitto tra le tribù, le milizie e dentro l’Islam, che però è
sempre rimasto una guerra di interessi geopolitici ed economici. L’esito non è stato
l’avvento della democrazia ma è sintetizzato in un dato: la Libia era al primo posto in
Africa nell’indice Onu dello sviluppo umano, adesso è uno stato fallito.
La guerra è in realtà un regolamento di conti e una spartizione
della torta tra gli attori esterni e i due poli libici principali,
Tripoli e Tobruk, che hanno due canali paralleli e concorrenti
per l’export di petrolio.
Qui si possono liberare alcune delle più importanti risorse
dell’Africa: il 38% del petrolio del continente, l’11% dei
consumi europei. È un greggio di qualità, a basso costo, che fa
gola alle compagnie in tempi di magra. In questo momento a
estrarre barili e gas dalla Tripolitania è soltanto l’Eni: una
posizione, conquistata manovrando tra fazioni e mercenari,
che agli occhi dei nostri alleati deve finire e, se possibile, con il
nostro contributo militare.
Per loro, anche se l’Italia ha perso in Libia 5 miliardi di
commesse, stiamo già accantonando risorse per un
contingente virtuale in barili di oro nero. Non è così
naturalmente, ma “deve” essere così: per questo l’ambasciatore Usa azzarda a chiederci
spudoratamente 5mila uomini. La dichiarazione di John Phillips, addolcita dalla promessa
di un comando militare all’Italia, sottolinea la nostra irrilevanza.
La Libia è un bottino da 130 miliardi di dollari subito e tre-quattro volte tanto nel caso che
un ipotetico Stato libico, magari confederale e diviso per zone di influenza, tornasse a
esportare come ai tempi di Gheddafi. Sono stime che sommano la produzione di petrolio
con le riserve della Banca centrale e del Fondo sovrano libico che sta a Londra dove ha
studiato per anni il prigioniero di Zintane, Seif Islam, il figlio di Gheddafi, un tempo
gradito ospite di Buckingham Palace al pari di tutti gli arabi che hanno il cuore nella
Mezzaluna e il portafoglio nella City. Oltre alla Bp e alla Shell in Cirenaica - dove peraltro ci sono consorzi francesi, americani tedeschi e cinesi - gli inglesi hanno da difendere l’asset
finanziario dei petrodollari.
Anche i russi, estromessi nel 2011 perché contrari ai bombardamenti, vogliono dire la loro:
lo faranno attraverso l’Egitto del generale Al Sisi al quale vendono armi a tutto spiano
insieme alla Francia. Al Sisi considera la Cirenaica una storica provincia egiziana, alla
stregua di re Faruk che la reclamava nel 1943 a Churchill: «Non mi risulta», fu allora la
secca risposta del premier britannico. Ma ce n’è per tutti gli appetiti: questo è il fascino
tenebroso della guerra libica.
Il bottino libico, nell’unico piano esistente, deve tornare sui mercati, accompagnato da un
sistema di sicurezza regionale che, ignorando Tunisia e Algeria, farà della Francia il
guardiano del Sahel nel Fezzan, della Gran Bretagna quello della Cirenaica, tenendo a
bada le ambizioni dell’Egitto, e dell’Italia quello della Tripolitania. Agli americani la
supervisione strategica.
Ai libici, divisi e frammentati, messi insieme in un finto governo di “non unità nazionale”,
il piano non piacerà perché hanno fatto la guerra a Gheddafi e tra loro proprio per spartirsi
la torta energetica senza elargire “cagnotte” agli stranieri e finire sotto tutela. E insieme ai
litigi libici ci sono le trame delle potenze arabe e musulmane. Sono “i pompieri incendiari”
che sponsorizzano le loro fazioni favorite: l’Egitto manovra il generale Khalifa Haftar, il
Qatar seduce con dollari sonanti gli islamisti radicali a Tripoli, gli Emirati si sono comprati
il precedente mediatore dell’Onu Bernardino Leòn per appoggiare Tobruk; senza contare
la Turchia, che dalla Siria ha rispedito i jihadisti libici a fare la guerra santa nella Sirte.
La lotta al Califfato è solo un aspetto del conflitto, anzi l’Isis si è inserito proprio quando si
infiammava la guerra per il petrolio. Ma gli interessi occidentali, mascherati da obiettivi
comuni, sono divergenti dall’inizio quando il presidente francese Nicolas Sarkozy attaccò
Gheddafi senza neppure farci una telefonata. Oggi sappiamo i retroscena. In una mail
inviata a Hillary Clinton e datata 2 aprile 2011, il funzionario Sidney Blumenthal rivela che
Gheddafi intendeva sostituire il Franco Cfa, utilizzato in 14 ex colonie, con un’altra moneta
panafricana. Lo scopo era rendere l’Africa francese indipendente da Parigi: le ex colonie
hanno il 65% delle riserve depositate a Parigi. Poi naturalmente c’era anche il petrolio
della Cirenaica per la Total. È così che prepariamo la guerra: in compagnia di finti amici.concorrenti-rivali,esattamente come faceva la repubblica dei Dogi. Fonte: Il Sole24Ore.

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