4 gennaio 2016

Inquinamento: IL COLPEVOLE NASCOSTO!!! Inquinamento: TUTTI I BANDITI E I MANDANTI!!! Due articoli da leggere bevendo molta, molta camomilla. Siete avvertiti.

macrolibrarsi un circuito per lettori senza limiti

inquinamento pianura padana
Se l’inquinamento prodotto dalle auto è in calo da vent’anni, come mai la situazione dell’aria non migliora?
Un articolo da leggere bevendo molta, molta camomilla.
Siete avvertiti.
Di Dario Faccini
MARTELLARE LE AUTO
Da vent’anni siamo sottoposti ad un martellamento mediatico e normativo sulla necessità di rendere le auto meno inquinanti. Tra ecoincentivi, rottamazioni, divieti alla circolazione, normative euro 3/4/5 (ed è in arrivo pure la 6), abbiamo ora chiaro un concetto: le auto vecchie inquinavano tanto, quelle nuove molto meno.
Ad esempio: sulla carta un’auto diesel EURO I nel 1992 poteva emettere 140mg di polveri per ogni km; 17 anni dopo, con l’EURO V, il limite è a 5mg. E’ 28 volte di meno.
Tra le teoria e la pratica però spesso ce ne passa. Quindi andiamo a verificare se effettivamente il traffico su strada contribuisce molto meno all’inquinamento dell’aria. Come riferimento prendiamo l’inquinante più pericoloso che viene monitorato, le polveri sottili, frazione PM2,5 [1], e come fonte ci affidiamo alle stime ufficiali di emissioni totali raccolte dall’ISPRA [2].
PM25_strada_residenziale_2012
Figura 1: Per l’Italia, storico delle emissioni PM2,5 del trasporto su strada (auto, moto, furgoni, camion, usura dei pneumatici ma manca quella dell’asfalto), in blu, e degli impianti stazionari a servizio del settore residenziale, in rosso. Come sarà spiegato più avanti, la serie relativa al settore residenziale è gravemente sottostimata e dovrebbero essere resi disponibili dati corretti nel 2016. Fonte:  settori NFR14 (aggregazione da 1A3bi a 1A3bvii, e 1A4bi) pubblicati sul database LRTAP.

In Figura 1 si può osservare che effettivamente le emissioni di PM2,5 derivanti dal trasporto su strada sono calate in vent’anni di quasi il 60%.

NON C’È SPERANZA

Allora tutto bene? In fin dei conti, gli sforzi sembra abbiano prodotto buoni risultati…
Purtroppo no.
Sempre in figura 1  si osserva che dal 2003 mentre calavano le emissioni delle auto, aumentavano di pari passo quelle prodotte dal settore residenziale. Al netto, sono stati completamente vanificati vent’anni di politiche UE e italiane per ridurre l’inquinamento.
Ma cos’è successo nel settore residenziale a partire dal 2003 per contribuire così tanto all’emissione di polveri fini?
Per rispondere, c’è bisogno di scavare più a fondo nei dati raccolti dall’ISPRA recuperando la metodologia applicata. Per chi è interessato, la nota [3] spiega tutto questo nel dettaglio.I risultati di questo lavoro sono riportati in figura 2 e figura 3, e si spiegano praticamente da soli.
PM25_residenziale_consumi_combustibile_2013
Figura 2: Per l’Italia, storico dei consumi di energia nel settore residenziale, ripartito per tipologia di combustibile. I combustibili liquidi comprendono il gasolio, il GPL, il kerosene e l’olio combustibile.  Fonte:  rielaborazione dell’autore su dati ISPRA, Serie storiche delle emissioni nazionali di inquinanti atmosferici 1980-2013, SINAnet, foglio di calcolo, giugno 2015.

Nel residenziale la tendenza storica che emerge dalla figura 2 è quella dell’aumento progressivo dell’utilizzo del metano al posto dei combustibili liquidi (gasolio e GPL soprattutto). Dal 2003 però il consumo di biomasse (legna e più recentemente pellet), già debolmente in aumento anche prima, subisce un’accelerazione.
Dal 2003 l’effetto complessivo è quindi una sostituzione più rapida dei combustibili liquidi mediante legna e pellet, a scapito del metano.
Il problema è che questa sostituzione non è indolore. Ogni unità di energia che viene bruciata in più sotto forma di biomassa, emette molte più polveri sottili di quelle avrebbe emesso la stessa unità di energia in forma di combustibili liquidi (e infinitamente di più rispetto al metano, che ha una combustione molto pulita). Per dare un’idea dei fattori di emissione di PM 2,5 , per il 2011 l’ISPRA fornisce i seguenti dati: biomasse, 400g/GJ; carbone, 219g/GJ; gasolio e GPL tra 2 e 3,6g/GJ; metano 0,2g/GJ. In altre parole, legna e pellet emettono 100 volte di più PM2,5 rispetto a Gasolio e GPL, e 2000 volte rispetto al metano.
Passando allora da energia a emissioni, il grafico in figura 2 diventa quello in figura 3, in cui ad ogni tipologia di combustibile usata nel residenziale vengono attribuite le sue emissioni totali in PM2,5. Ritroviamo così la curva rossa del contributo del residenziale vista in figura 1, tranne per il picco finale relativo al 2013, che spiegheremo dopo.
 PM25_residenziale_emissioni_combustibile_2013
Figura 3: Per l’Italia, storico delle emissioni di energia nel settore residenziale, ripartito per tipologia di combustibile. Nel 2013 c’è una discontinuità nei dati dovuta ad una nuova stima ISTAT del consumo di biomasse, come spiegato nell’articolo. Fonte:  rielaborazione dell’autore su dati ISPRA, per il dettaglio vedere la nota [3].

Ora sono chiari due fenomeni fondamentali sull’inquinamento dell’aria:
  1. praticamente tutte le emissioni primarie di PM2,5 nel residenziale sono dovute all’uso di legna e pellet (ed è sempre stato così);
  2. dal 2003 la riduzione delle emissioni PM2,5 dai trasporti su strada sono state vanificate dall’aumento di uso di legna e pellet nel residenziale.

FORSE È ANCHE PEGGIO

Queste affermazioni trovano pieno riscontro dalle stime di consumo dei pelletbruciati nelle stufe e caminetti, la cui vendita ha avuto un vero e proprio boomproprio a partire dai primi anni del nuovo millennio.
progetto fuoco - mercato pellet 2013
Figura 4: Consumo storico di pellet in Italia, ripartito per tipologia di apparecchio utilizzatore. Fonte: presentazione presente sul sito web di progettofuoco riportante dati AIEL.

Mentre il pellet viene prodotto da una filiera che ne garantisce la tracciabilità fiscale, per la legna la quantificazione dei consumi è molto più difficile, in quanto c’è una quota importante di autoconsumo (probabilmente anche una non trascurabile di evasione dell’IVA).
Questo ha dato luogo nel 2014 ad uno studio ISTAT per stimare meglio i consumi di biomasse in Italia. Da un anno all’altro si è così scoperto che i consumi di biomassa in Italia sono praticamente il doppio di quanto precedentemente ritenuto: 280.000 TJ contro 150.000. Ecco spiegato per il 2013 il picco dei consumi che si vede in figura 2 e si ritrova amplificato come emissioni PM2,5 nella figura 3. Come ammette l’ISPRA forse nell’unico documento che è possibile rintracciare (in inglese, l’Italian Emission Inventory 1990-2013, Informative Inventory Report 2015):
Un’indagine nazionale […] condotta dall’ISTAT […] ha stimato che le quantità di biomasse bruciate sono dell’80% più alte delle precedenti stime pubblicate nel Bilancio Energetico Nazionale (MSE) […] Le serie storiche non sono ancora state ricalcolate.
In pratica, le figure 1, 2 e 3 riportano valori gravemente sottostimati dell’uso delle biomasse sino al 2012. Solo per il 2013 i dati sono affidabili.

UN PO’ DI BUON SENSO

Come sempre, in un breve articolo non è possibile sviscerare completamente un argomento (altrimenti non si capisce perché servano interi corsi universitari per trattarli).
Una critica sensata ai dati proposti è che questi sono stime (ma le uniche complete e ufficiali) e trattano le emissioni dirette in atmosfera. In effetti tutta una serie di altri fattori (altezza cui avvengono le emissioni, formazione di particolato secondario, ripartizione temporale, condizioni meteo) possono influire in modo determinante sull’esposizione all’uomo.
Fortunatamente è possibile caratterizzare l’origine del PM2,5 con analisi di laboratorio. Uno studio recente che ha visto la collaborazione di ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca, Bari, Firenze e Venezia, con finanziamenti dalla regione Lombardia e dall’ASI (Agenzia Spaziale Italiana), ha effettuato campionamenti per oltre tre anni (2006-2009) in tre località: un’area urbana (Milano), in una rurale (Oasi le Bine, MN) e in una remota d’alta quota (2280 m a.s.l sulle Alpi Lombarde) usata come controllo. In autunno e in inverno, quando le condizioni meteo impediscono la dispersione degli inquinanti, a Milano le biomasse, il traffico e il particolato di origine secondaria contribuiscono ciascuno per circa un terzo alle PM2,5 presenti nell’aria, con un peso leggermente maggiore da parte delle biomasse. Nell’area rurale invece il contributo del traffico sparisce, mentre rimane elevato quello delle biomasse, quasi pari al particolato di orgine secondaria o naturale, a dimostrazione che il problema rappresentato dalle emissioni delle biomasse è diffuso in tutta la pianura.
Quindi non è corretto affermare che ormai l’inquinamento prodotto dal traffico sia trascurabile. Ha ancora un impatto importante ed è giusto continuare a lavorare per ridurlo, anche se ormai si deve cambiare strategia: la riduzione ancora possibile delle emissioni nei motori a combustione interna è molto limitata e i provvedimenti una tantum come i blocchi del traffico sono poco più che palliativi; il “giacimento dei emissioni negative” ancora non sfruttato passa dalla riduzione della mobilità privata e dal rafforzamento di quella pubblica. Un discorso parallelo meriterebbe l’ulteriore diffusione del metano e dell’elettrico, con pro e contro che ci riserviamo di trattare in futuro.
Anche per gli impianti industriali, di produzione elettrica e di incenerimento il contributo è significativo, soprattutto a livello locale. In questa trattazione si è però scelto di usare un approccio sovraregionale, dove questi contributi vengono ripartiti su aree geografiche più vaste e in cui emergono così gli impatti diffusi (traffico e biomasse appunto).
E’ chiaro comunque che è molto preoccupante registrare come l’inquinamento prodotto dall’uso sempre più diffuso di legna e pellet abbia vanificato i buoni risultati ottenuti sul fronte del traffico veicolare. Paradossalmente mentre le Istituzioni finanziavano in varie forme incentivanti l’uso di auto più ecologiche, hanno anche incentivato economicamente l’adozione di fonti d’energia “relativamente più sporche”, benché rinnovabili, come le biomasse per il riscaldamento.
Sarebbe davvero buona cosa iniziare ad essere chiari nei confronti dei cittadini. Nei periodi di blocco del traffico, quando si cita genericamente il contributo degli impianti di riscaldamento, andrebbe definita almeno l’origine: non metano, gasolio o GPL, ma legna e pellet.
Infine, prima o poi, qualcuno, a livello istituzionale, dovrà iniziare a gestire il problema dell’inquinamento prodotto dalle biomasse. Almeno per evitare che continui a peggiorare.
Magari potrebbe succedere proprio nel 2016.
Ecco un augurio per l’anno nuovo. Speriamo davvero che inizi a tirare un’aria nuova.
Note
[1] Per le PM2.5, la frazione del particolato più fine che viene monitorata, è attribuito circa il 60% di tutti i decessi causati dall’inquinamento dell’aria in Italia. Fonte: studio VIIAS.
[2] Nel quadro della conferenza sull’Inquinamento Atmosferico Transfrontaliero dell’Aria a Lunga Distanza (LRTAP), l’ISPRA invia ogni anno alla UE i dati sulle emissioni annuali stimate in Italia per ogni inquinante, ripartite per ogni settore e sottosettore. Il database è consultabile nella pagina dell’Agenzia Europea per l’Ambiente.
[3] Attraverso un foglio excel, l’ISPRA comunica ogni anno all’EEA i dati di emissione di ogni inquinante ripartiti per settore e sottosettore di attività[2]. La metodologia usata è indicata nell’Italian Emission Inventory 1990-2013, Informative Inventory Report 2015 e fa riferimento all’emission inventory guidebook pubblicato dall’EEA . In pratica per ogni sottosettore sono calcolate le quantità in energia su quattro categorie di combustibili presi come indicatori di attività (liquidi, solidi, gassosi, biomasse). Ognuna di queste attività viene moltiplicata per opportuni fattori di emissione specifici per ogni inquinante, per ogni sottosettore e per ogni anno. Per le biomasse nel residenziale(sottosettore 1A4bi), a pag 89 dell’Italian Emission Inventory è indicata l’evoluzione nel periodo 1990-2013 del fattore di emissione per le PM2,5. Invece, relativamente all’anno 2011, l’ISPRA ha pubblicato i fattori emissivi medi per le sorgenti di combustione stazionarie, da cui si ricavano quelli del metano, gpl, gasolio, carbone usate nell’articolo (supponendo nulla la variazione da un anno all’altro di questi fattori). E’ stato così possibile costruire il grafico in figura 3 con un errore che dal 2005 in poi si mantiene sotto allo 0,5% se confrontato con i dati d figura 1, mentre nei 15 anni precedenti non supera ma il 2%. 

Inquinamento: tutti i banditi e i mandanti.


pollution bandits
L’identikit preciso dei banditi che attentano alla nostra salute e quello dei loro mandanti.
Molte delle credenze comuni, alla prova dei fatti, si rivelano false.
Di Dario Faccini
Ha creato un po’ di scompiglio in rete il nostro recente articolo “Inquinamento: il colpevole nascosto“. Oltre al record del numero di visualizzazioni (50.000+), alcuni dei lettori ne hanno contestato i contenuti basandosi sulla propria esperienza personale. Sembra loro incredibile che le biomasse utilizzate per riscaldare le nostre case, come legna e pellet, possano davvero produrre un tale inquinamento dell’aria, su scala nazionale addirittura superiore al contributo del traffico.
Un interessante appunto mosso è che l’articolo non quantifica il contributo di altri settori, come gli inceneritori o le industrie, né valuta altri inquinanti oltre alle PM2,5 (che comunque sono responsabili di due terzi dei morti per inquinamento dell’aria).
Proviamo allora a dare una risposta. Quali sono gli inquinanti (banditi) che attentano alla nostra salute? Quali settori e attività (mandanti) ci sono dietro?
Le sorprese non mancano. Nei grafici che seguono(cliccarli per ingrandirli) ogni inquinante ha un suo “colore” che ne identifica il mandante.
Legenda fondamentali
Da tenere d’occhio è l’importante contributo delle biomasse (in verde scuro), che non è limitato al solo particolato ed è in crescita.
Due informazioni utili:
  • è possibile scorrere velocemente i grafici senza soffermarsi troppo, ma vale la pena leggere le conclusioni alla fine dell’articolo;
  • fonti e metodologia non cambiano [1]; e prima di avanzare critiche nei commenti, leggere la nota [2].

PM2,5

Ripartiamo dalle pericolosissime PM2,5.
pm25
Come già anticipato il contributo dato dalle biomasse nel settore residenziale (verde scuro) è preponderante, pari al 60%, segue il settore dei trasporti ripartito tra quelli su strada e via mare (11% e 8%), l’industria (8%) e l’agricoltura/pesca (5,6%). Minoritario è il contributo del termoelettrico e dell’incenerimento dei rifiuti.

PM10

PM10
Le PM10 sono una categoria di particolato più ampia, che include le PM2,5 già viste, più una frazione poco più grande che non giunge agli alveoli polmonari (quindi meno pericolosa). Sembra lo stesso grafico delle PM2,5 e in effetti in generale l’88% del PM10 è PM2,5. Nel caso delle biomasse questa percentuale PM2,5/PM10 arriva al 99%, ad indicare che la quasi totalità del particolato emesso è quello più fine e pericoloso.

OSSIDI DI AZOTO (NOX)

NOx
Gli ossidi di azoto si formano in ogni tipo di combustione per reazione dell’azoto e dell’ossigeno presenti nell’aria. Una volta emessi reagiscono con un’enorme varietà di altri composti chimici (ad es. ammoniaca, vapore, composti organici volatili) producendo inquinanti secondari, come l’ozono (in estate) e l’acido nitrico. Sono la seconda causa di morte per inquinamento dell’aria in Italia.
Qui il contributo delle biomasse quasi sparisce, perché la formazione degli ossidi di azoto è legato maggiormente alla quantità di combustibile e alla temperatura cui avviene la combustione. Invece diventa preponderante quello dei trasporti, a partire da quelli su strada (42,5%) e poi via mare (17,7%), l’industria (12,2%)  e l’agricoltura/pesca (8,6%).
E’ importante sottolineare la forte tendenza al calo nel periodo 1990-2013, con una riduzione al 40%, ottenuta nel termoelettrico, nell’industria e nei trasporti su strada.

MONOSSIDO DI CARBONIO (CO)

CO
Il monossido di carbonio è un inquinante responsabile di produrre lo smog fotochimico e l’ozono (quest’ultimo è il terzo inquinante aereo in Italia per numero di morti). Il contributo delle biomasse ritorna ad essere preponderante per il monossido (53%), segue quello del traffico su strada (20,5%), l’industria e gli incendi (7,5% circa ciascuno).
Dal 1990 al 2013 le emissioni di monossido di carbonio si sono ridotte al 37%, grazie all’enorme calo che si è verificato nel trasporto su strada e nonostante un aumento di un fattore 4 delle emissioni dovute alle biomasse nel residenziale.

OSSIDI DI ZOLFO (SOX)

SOx
Gli ossidi di zolfo si formano durante le combustioni per reazione delle impurità di zolfo presenti nel carbone e nell’olio con l’ossigeno. Un tempo causa principale delle piogge acide, gli ossidi zolfo rimangono un importante inquinante sia perché sono fortemente irritanti per le vie respiratorie, sia perché partecipano alle reazioni di formazione del particolato secondario.
Dal grafico emerge prepotente il contributo delle attività vulcaniche (80%)rispetto a quelle di origine umana, dove il settore dei trasporti via mare rimane di gran lunga il più inquinante(9%), per via dei combustibili ad alto tenore di zolfo ancora utilizzati.
C’è poi da osservare una doppia tendenza al calo delle emissioni dal 1990 al 2013. A partire dal periodo 2003-2007 si è ridotta fortemente l’attività vulcanica, per cui le emissioni naturali del 2013 rappresentano solo l’11% di quelle del 1990. Contemporaneamente grazie al processo di desolforizzazione dei fumi(termoelettrico e industria) e all’utilizzo di combustibili a minor tenore di zolfo, le emissioni antropiche di zolfo del 2013 sono solo l’8% di quelle del 1990, un successo senza pari.

COMPOSTI ORGANICI VOLATILI NON METANICI (COVNM)

NMVOC
Questa è un’ampia categoria di composti che include ad esempio gli aromatici(es. benzene) e le aldeidi (es. formaldeide) che, oltre a potere avere effetti avversi sulla salute, sono responsabili, insieme agli ossidi di azoto, della produzione estiva di ozono.
L’enorme contributo delle sorgenti naturali (60%) è dovuto al normale metabolismo vegetazione (il profumo avvertibile entrando in una pineta è dovuto al rilascio di COVNM dagli aghi e dalla resina). Il resto delle emissioni sono dovute all’uomo, a partire dall’industria e dall’uso dei solventi (18%), le biomasse (7,8%) e i trasporti su strada (7,4%).
Analogamente a quanto visto per il monossido, anche per i COVNM si è assistito ad un calo nel periodo 1990-2013 con una riduzione al 47%, dovuta al settore industria e uso dei solventi, insieme a quello del trasporto stradale. La riduzione sarebbe stata più marcata se non fosse stato per il contemporaneo incremento delle emissioni (x4) causato dalle biomasse nel residenziale.

AMMONIACA (NH3)

NH3L’ammoniaca è un inquinante ambientale che contribuisce alla formazione di piogge acide e gioca un ruolo nel trasporto di inquinanti acidi.
La colorazione pressoché totale di giallo del grafico (96%) imputa al solo settore dell’agricoltura la responsabilità delle emissioni di questo inquinante. Ciò è dovuto al fatto che i composti in grado di rilasciare ammoniaca sono fertilizzanti fondamentali nell’agricoltura intensiva. L’ammoniaca stessa è la forma con cui la vegetazione assorbe l’azoto, il secondo elemento in ordine di importanza dopo il carbonio.

INQUINANTI ORGANICI PERSISTENTI

Iniziamo ora a parlare degli Inquinanti Organici Persistenti (POP), una categoria di sostanze altamente velenose o cancerogene anche in minime dosi, che condivide la caratteristica di rimanere negli ecosistemi per lungo tempo (si degradano lentamente), di bioaccumularsi e di entrare nella catena alimentare umana. Parliamo quindi di Diossine, PCB e HCB.

DIOSSINE E FURANI (PCDD E PCDF)

PCDD-PCDF
Le diossine sono tra i più potenti veleni conosciuti (la dose mortale si misura in milionesimi di grammo) e sono prodotte sia nelle combustioni (a bassa temperatura e in presenza di materie plastiche), sia in processi industriali.  In forma aerea, si trovano adese al particolato.
I furani sono composti che si formano sempre durante le combustioni ma che sono anche presenti nel legno (ad es. ottenibili commercialmente dalla distillazione del pino). Alcuni derivati dei furani sono assimilabili a diossine, da cui la trattazione unificata.
Il grafico indica due sorgenti emissive parimenti responsabili: l’industria, tramite combustioni e la produzione di acciaio, (46,6%) e le biomasse nel residenziale (43,6%).
Nel periodo 1990-2013 le emissioni si sono ridotte al 60%, soprattutto dagli impianti di incenerimento di rifiuti, ma, come già visto per il monossido di carbonio e i COVNM, nello stesso periodo le emissioni da biomasse nel residenziale si sono moltiplicate (x 3,5).

POLICLOROBIFENILI (PCB)

PCB
Alcuni dei composti appartenenti a questa categoria hanno una tossicità simile a quella delle diossine e se bruciati in modo non corretto ne possono addirittura portare alla produzione. In Italia, a Brescia, c’è una delle due maggiori contaminazioni al mondo a causa della presenza, sino al 1984, di un impianto di produzione di PCB.
Le emissioni in atmosfera sono dovute per oltre la metà al settore industriale 51% e poi nell’ordine al termoelettrico(carbone) 32,3%, biomasse nel residenziale 8,2% e commercio/istituzioni 6,5%.
Al solito, l’unico settore in cui si osserva un aumento delle emissioni è quello del riscaldamento nel residenziale dovuto alle biomasse (x 3,5).

ESACLOROBENZENE (HCB)

HCB
E’ un composto che ha trovato impiego commerciale in passato come funghicida e ora è un prodotto secondario di alcuni processi industriali che coinvolgono composti clorurati.
Le emissioni in atmosfera sono imputabili in massima parte all’incenerimento dei rifiuti (65,5%), all’industria (14,3%), alle biomasse (7,6%, x3 dal 1990) e commercio/istituzioni (7,6%). Le emissioni sono calate al 50% dal 1990.

METALLI PESANTI: PIOMBO, CADMIO E MERCURIO

Pb
CdHg
I metalli pesanti sono tossici e condividono una proprietà che li differenzia da tutti gli altri inquinanti che abbiamo già visto: non possono essere “degradati”. Essi possono dare luogo quindi ad effetti di bioaccumolo .
Per tutti e tre i metalli in grafico il principale settore emissivo è l’industria, seguito dal commercio/istituzione e, per il piombo e il cadmio,  dalle biomasse e dal traffico veicolare. Non è chiaro perché debba esserci un contributo così importante dal settore commerciale/residenziale (l’Italia in questo è assolutamente fuori dalla media UE). Dalla pubblicazione ISPRA fattori emissivi medi per le sorgenti di combustione stazionarie si evince solo che c’è una quota di rifiuti (speciali/pericolosi?) che finisce incenerita.
Dal 1990 le emissioni sono calate, al 6% per il Piombo, al 64% per il Cadmio e al 69% per il Mercurio.

CONCLUSIONI

Le biomasse nel residenziale sono responsabili non solo della maggior parte del particolato PM2,5 emesso, ma anche del monossido di carbonio e di quasi la metà delle diossine e furani. Vedremo nel prossimo articolo che c’è un’altra classe di inquinanti in cui l’uso biomasse sta dando un contributo fondamentale. Anche per altri inquinanti in cui l’apporto delle biomasse non è quello principale (COVNM, PCB, HCB) si osserva una tendenza all’aumento delle emissioni causate da legna e pellet nel periodo 1990-2013, da 2 a 4 volte.
Al di fuori delle biomasse, il contributo del settore residenziale alle emissioni degli inquinanti è praticamente nullo (tranne un minimo di rilevo statistico solo per gli ossidi di azoto, che sono più correlati alla quantità di energia bruciata). Ciò dimostra che quando si parla dell’inquinamento genericamente attribuito agli impianti di riscaldamento, in realtà ci si sta riferendo principalmente alle biomasse e non al metano, gpl o gasolio.
Il traffico stradale ha un’incidenza importante soltanto nelle emissioni degli ossidi di azoto (seconda causa di morte dopo il PM2,5).
Alcune importanti battaglie contro l’inquinamento sono state vinte: gli ossidi di zolfo, il piombo, il monossido. Per molti altri inquinanti si sono ottenute importanti riduzioni nelle emissioni.
Solo per le PM2,5 la battaglia invece sembra molto più lunga: le emissioni totali nel 2013 sono ancora il 91% di quelle nel 1990 [3] e la crescita delle biomasse sta giocando contro.
Purtroppo le PM2,5  rappresentano l’inquinante che miete più vittime.
Note
[1] Tutti i grafici in questo articolo si basano su una precisa fonte ISPRA. Attraverso un foglio excel, l’ISPRA comunica ogni anno all’EEA i dati di emissione di ogni inquinante ripartiti per settore e sottosettore di attività. La metodologia usata è indicata nell’Italian Emission Inventory 1990-2013, Informative Inventory Report 2015 e fa riferimento all’emission inventory guidebook pubblicato dall’EEA . In pratica per ogni sottosettore sono calcolate le quantità in energia su quattro categorie di combustibili presi come indicatori di attività (liquidi, solidi, gassosi, biomasse). Ognuna di queste attività viene moltiplicata per opportuni fattori di emissione specifici per ogni inquinante, per ogni sottosettore e per ogni anno. Per le biomasse nel residenziale(sottosettore 1A4bi), a pag 89 dell’Italian Emission Inventory è indicata l’evoluzione nel periodo 1990-2013 del fattore di emissione per le PM2,5. Invece, relativamente all’anno 2011, l’ISPRA ha pubblicato i fattori emissivi medi per le sorgenti di combustione stazionarie, da cui si ricavano quelli del metano, gpl, gasolio, carbone usate nell’articolo (supponendo nulla la variazione da un anno all’altro di questi fattori).
[2] Come sempre, in un breve articolo non è possibile sviscerare completamente un argomento (altrimenti non si capisce perché servano interi corsi universitari per trattarli). In particolare si è deciso di trattare solo gli inquinanti per la salute (tranne due) e di mettere in rilievo il contributo dato dalle biomasse nel settore residenziale. Altri aspetti (tecnologia, emissioni climalteranti, aspetti economici) verranno trattati in futuro in altri articoli.
Una critica sensata ai dati proposti è che questi sono stime (ma le uniche complete e ufficiali) e trattano le emissioni dirette in atmosfera. In effetti tutta una serie di altri fattori (altezza cui avvengono le emissioni, formazione di particolato secondario, ripartizione temporale, condizioni meteo) possono influire in modo determinante sull’esposizione all’uomo.
Quindi non è corretto affermare che questo articolo dimostri che ormai l’inquinamento prodotto dal traffico, sia trascurabile. Ha ancora un impatto importante ed è giusto continuare a lavorare per ridurlo.
Anche per gli impianti industriali, di produzione elettrica e di incenerimento il contributo è significativo, soprattutto a livello locale. Quindi nessuno sta dicendo che non inquinano, anzi in base alla distanza, ai venti e alle altre condizioni meteo essi sono importanti sorgenti inquinanti in molte località.
Ma è importante capire che in questa trattazione si è scelto di usare un approccio nazionale, dove il contributo di ogni settore ad ogni inquinante viene ripartiti su tutto il territorio italiano. Quindi emissioni localmente importanti possono comparire con un contributo minimo, mentre altre, che hanno maggiori gli impatti diffusi (come traffico e biomasse appunto), possono emergere con prepotenza.
Infine ricordiamoci che le polveri sottili e molti altri inquinanti (spesso ad esse adesi) hanno una tendenza a permanere sospesi in aria per molto tempo e possono viaggiare trasportati dai venti su lunghe distanze. Quindi ogni tentativo di tracciare il luogo di provenienza di un inquinante campionato in un dato luogo è quasi impossibile. E’ possibile in certi casi caratterizzare la sorgente emissiva (combustibile bruciato, tecnologia utilizzata) e in effetti abbiamo già indicato uno studio di questo tipo.
[3] Dopo la revisione dei consumi storici di biomasse, questa percentuale potrebbe risultare più bassa. aspoitalia.wordpress.com
macrolibrarsi un circuito per lettori senza limiti;

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