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OMS: 12,6 milioni di morti all’anno per colpa dell’inquinamento.

Ogni anno 12,6 milioni di persone nel mondo muoiono a causa dell’inquinamento: una morte su quattro del totale dei decessi.
L’acqua poco salubre, l’aria inquinata, il suolo contaminato, i cambiamenti climatici, le radiazioni ultraviolette e le esposizioni chimiche che sono la causa diretta o indiretta di almeno 103 malattie sulle 133 esaminate e per le quali si evidenzia un nesso causale con l’inquinamento.

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I cambiamenti climatici favoriscono patologie neurologiche e cardiologiche

I risultati di una ricerca della Drexel University di Philadelphia ha appurato che elevali livelli di inquinamento dell'aria favoriscono l'insorgere di gravi patologie neurologiche e cardiologiche.
I ricercatori hanno esaminato i rilevamenti fatti in 1.118 contee di 49 stati degli Stati Uniti e in 120 città di 32 province della Cina.
I dati relativi alla qualità dell'aria presi in esame sono quelli registrati tra il 2010 e il 2013.
Dopo una attenta analisi gli scienziati hanno rilevato un incremento dell’1.19% di persone colpite da ictus. Il valore dell’1.19% è calcolato per ogni incremento pari a 10 microgrammi di PM2.5 per metro cubo di aria.
Nei risultati della ricerca sono inoltre emerse le conseguenze causate dai Cambiamenti Climatici
La qualità dell'aria - spiegano i ricercatori - viene alterata dall'aumento della temperatura atmosferica. Questa alterazione può, di conseguenza, influire sul rischio di ictus.
Il rischio ictus si eleva per le donne e per gli anziani a causa dello smog e del caldo.

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Non fa notizia in Italia i 90mila morti per inquinamento

Il dodicesimo Rapporto sulla qualità dell’ambiente urbano redatto dall'ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e reso noto pochi giorni fa, ha confermato, sia pure sulla base di dati di previsione, che il problema della qualità dell’aria nel nostro Paese è rimasto pressoché invariato rispetto al passato.
E si contano circa 90mila morti, in tutta Italia, correlate all'inquinamento. Ancora una volta, le città della Valle Padana l’hanno fatta  da padrona in termini di giorni di superamento dei limiti  consentiti per le emissioni di  PM10 ed altri inquinanti, anche se questa volta risultano accompagnate da numerosi altri capoluoghi di provincia, fra i quali Napoli, Terni, Frosinone e molti altri.
E proprio Verona  è sede del congresso specialistico di pneumologia con la più lunga tradizione in Italia. Il XX Congresso Asma Bronchiale e Bpco: nuovi obiettivi, nuovi rimedi, nuove strategie è in programma dal 18 - 20 gennaio 2017 al Centro Congressi Hotel Leopardi.
"LIMITI PM1O TRAGUARDO IRRAGGIUNGIBILE"
"La cosa drammatica - sottolinea il Prof. Roberto W. Dal Negro, Responsabile CESFAR, Centro Nazionale Studi di Farmacoeconomia e Farmacoepidemiologia Respiratoria con sede a Verona - è che nel nostro Paese, per quanto attiene per esempio alle PM10,  anche rispettare il limite previsto dalla legislazione vigente (non più di 35 superamenti in un anno) è tuttora un traguardo irraggiungibile su tutto il territorio nazionale. E’ ormai perfino troppo evidente che da noi il “controllo delle emissioni” di fatto, non interessa concretamente i decisori, o non conviene: nella migliore delle ipotesi,  infatti, le misure si limitano anche per quest’anno a provvedimenti emergenziali ed estemporanei, di rilevanza tale che spesso sfiorano il grottesco a livello locale".
"NESSUN PROVVEDIMENTO STRUTTURALE E STRATEGICO" - "In pratica, nessun provvedimento strutturale e strategico - prosegue il Prof. Dal Negro - è stato mai programmato su ampia scala negli ultimi decenni, e tantomeno in maniera sinergica fra le varie istituzioni coinvolte. E ciò, nonostante sia arcinoto che il principale determinante è rappresentato  dal consumo di energia, in particolare quella che proviene da fonti fossili (petrolio, gas naturale, carbone). In altri termini, trasporti, usi domestici, industria: tutti argomenti che richiederebbero un interessamento fattivo e capillare delle istituzioni preposte. E’ sotto gli occhi di tutti la realtà del trasporto merci, di fatto quasi  esclusivamente su gomma e con direttrici stradali e autostradali iperaffollate ed ingolfate; la situazione del traffico veicolare privato, caotico ed in continua crescita, a fronte di trasporti pubblici carenti (se non carenti) e male organizzati in molte città italiane, anche metropolitane; del riscaldamento domestico, dove la verifica di conformità degli impianti e delle emissioni è tuttora episodica e “a macchia di leopardo”, pur esistendo sulla carta numerosi provvedimenti specifici, troppo spesso trasformati nella vita reale in inutili “grida manzoniane”, facilmente eludubili".

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Rapporto Ue: (467.000 morti premature all'anno in Europa per lo smog!)

Rapporto Ue: "467mila morti premature all'anno in Europa per lo smog"
Il documento è stato pubblicato dall'Agenzia europea per l'ambiente (Aea). Un pericolo che resta alto anche se la qualità dell'aria nel Vecchio continente sta lentamente migliorando. E il parlamento europeo impone limiti più bassi agli inquinanti. LEGGI: Inquinamento atmosferico: i paesi più a rischio

  • L'INQUINAMENTO atmosferico ha un forte impatto sulla salute dei cittadini europei, in particolare di quelli che vivono nelle aree urbane. Anche ora che la qualità dell'aria sta lentamente migliorando, lo smog resta il più grande pericolo per tutti, con una conseguente minore qualità della vita a causa di malattie e una stima di 467mila morti premature ogni anno, come quelle attribuibili a questo fattore nel 2013. Sono questi i primi dati del Rapporto "Qualità dell'aria in Europa 2016", pubblicato stamattina dall'Agenzia europea per l'ambiente. Una prima risposta all'allarme lanciato dall'organismo Ue arriva proprio dal Parlamento europeo che, in seduta plenaria, ha approvato una direttiva per imporre limiti più bassi ai principali inquinanti con l'obiettivo di abbassarne entro il 2030 la quantità nell'atmosfera sotto i livelli del 2005. Le particelle incriminate vanno dal biossido di zolfo, causa delle piogge acide, al particolato che può causare malattie respiratorie e cardiovascolari. 

    Qualità dell'Aria in Europa, Rapporto 2016 dell'Agenzia europea per l'Ambiente

#AirQuality: MEPs vote on stricter emission limits to reduce number of deaths due to #airpollution. Watch the video ? pic.twitter.com/geZCUIs0rb— European Parliament (@Europarl_EN) 23 novembre 2016
Sono infatti soprattutto le polveri ultrasottili a provocare danni alla salute e sono queste le responsabili delle centinaia di migliaia di morti premature stimate in 41 Paesi europei. Se si considera il territorio dell'Ue, sono 430mila i decessi prematuri stimati a causa delle pm2,5, le polveri ultrasottili. Ma a colpire l'organismo sono anche l'esposizione al diossido di azoto (NO2) e all'ozono, che secondo l'Agenzia Europea per l'ambiente sono responsabili, rispettivamente, della morte prematura di 71mila e 17mila persone. Questo tipo di inquinamento causa o peggiora problemi respiratori, malattie cardiovascolari, cancro e portano ad aspettative di vita più brevi. Non solo. L'ozono, a livello di troposfera, è anche ritenuto responsabile della bassa resa delle colture.

IL RAPPORTO (Pdf)

Il report dell'agenzia europea, che si riferisce al periodo 2000-2014, utilizza i monitoraggi di oltre 400 città. Nonostante i miglioramenti, circa l'85% degli abitanti delle città dell'Ue nel 2014 sono stati esposti a inquinamento da particolato a livelli ritenuti dannosi per la salute dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms). I rapporto definisce questo tipo di inquinamento come una miscela di minuscole particelle e goccioline liquide composte da diversi elementi tra cui acidi, metalli, particelle di suolo o polvere. Fonte principale è la combustione di carbone e biomassa da parte di industrie, centrali elettriche e famiglie. Altre fonti di inquinamento sono i trasporti, l'agricoltura e l'incenerimento dei rifiuti.


#AirPollution still the largest environmental #health hazard in Europe: lower life quality & est. 467 000 premature deaths /year from PM2.5.— EU EnvironmentAgency (@EUEnvironment) 23 novembre 2016"La riduzione delle emissioni hanno portato a miglioramenti nella qualità dell'aria in Europa, ma non abbastanza per evitare danni inaccettabili alla salute umana e all'ambiente", ha detto il direttore esecutivo dell'Agenzia, Hans Bruyninckx, commentato il rapporto. "Abbiamo bisogno di affrontare la cause dell'inquinamento dell'aria, il che richiede una trasformazione radicale e innovativa della nostra mobilità, dell'energia e del sistema alimentare. Questo processo di cambiamento - ha aggiunto - richiede un'azione da parte di tutti, tra cui le autorità pubbliche, le imprese, i cittadini e la comunità della ricerca".

L'Agenzia europea dell'ambiente (EEA) è un organismo dell'Unione Europea che si dedica alla fondazione di una rete per monitorare le condizioni dell'ambiente nel Vecchio continente. Istituita nel 1990, è operativa dal 1994 e ha sede a Copenaghen, in Danimarca. Ne fanno parte i rappresentanti dei governi degli Stati membri, un rappresentante della Commissione europea e due scienziati designati dal Parlamento europeo. Si avvale inoltre della consulenza di un board di scienziati.  http://www.repubblica.it/ambiente/2016/11/23/news/smog_467mila_morti_l_anno_in_europa_-152607450/

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Inquinamento, le particelle magnetiche che arrivano nel cervello

magnetiteLe ha scoperte una ricerca appena pubblicata su Pnas. Si tratta di nanoparticelle di magnetite, un materiale tossico, che sembra collegato allo sviluppo dell’Alzheimer e di altre malattie neurodegenerative.
Non solo cuore e polmoni: anche il nostro cervello potrebbe essere a rischio a causa dell’inquinamento atmosferico. Una ricerca appena pubblicata sui Proceedings of the National Academy Sciences ha infatti identificato, per la prima volta, nei tessuti del cervello umano delle nanoparticelle di magnetite di origine industriale. Il materiale, spiegano gli autori dello studio, è un ossido del ferro con proprietà magnetiche prodotto dai processi di combustione delle centrali elettriche e di altri impianti di produzione, e all’interno del nostro organismo risulta estremamente tossico.
La presenza di magnetite nel cervello umano in realtà non è di per sé una novità. Da almeno 25 anni infatti si sa che il nostro organismo può produrre queste micro-particelle magnetiche a partire dal ferro utilizzato nei normali processi metabolici. Il ruolo svolto dalla magnetite di origine biologica però non è chiaro. Il problema, spiega un articolo di Science, è che la magnetite causa un grave stress ossidativo sulle nostre cellule, e la sua presenza è stata collegata (se pur non in modo definitivo) allo sviluppo dell’Alzehimer (e di altre patologie neurodegenerative) e alla formazione delle placche amiloidi che lo accompagnano.
Questo materiale è inoltre presente in grandi quantità negli inquinanti ambientali prodotti dalle centrali elettriche e da altri impianti produttivi di tipo industriale. Per questo motivo, gli autori dello studio, un team di ricerca internazionale coordinato dalla fisica Barbara Maher della Lancaster University, hanno deciso di verificare quante delle nanoparticelle di magnetite presenti nel cervello umano siano effettivamente di origine biologica, analizzando campioni di corteccia cerebrale provenienti da 37 cadaveri.

Utilizzando diversi tipi di tecniche di imaging, i ricercatori hanno verificato la struttura geometrica delle nanoparticelle di magnetite presenti nei campioni, scoprendo che la maggior parte è di forma sferica, particolare che a detta degli esperti suggerisce un’origine ambientale, e non biologica.

A confermare la provenienza esterna del materiale, anche la presenza di altre particelle metalliche che non vengono prodotte naturalmente dal cervello, come platino, nickel e cobalto, che dimostrano come gli inquinanti ambientali possano raggiungere il nostro sistema nervoso centrale con molta più facilità di quanto si riteneva fino ad oggi.
La magnetite ambientale presente nel cervello supererebbe inoltre quella biologica con una proporzione di cento a uno: numeri elevatissimi che rendono ancor più preoccupante la scoperta. Il legame di questa sostanza con Alzheimer e altre patologie del sistema nervoso non è ancora chiaro, sottolineano gli autori dello studio, e non si sa neanche a quali livelli di concentrazione andrebbe considerata pericolosa. Ma i possibili rischi non si possono sottovalutare. “Purtroppo si tratta di un fattore di rischio estremamente plausibile, e rende sicuramente necessario lo sviluppo di adeguate precauzioni”, ha spiegato Maher su Science. “I legislatori hanno già cercato di tenere conto di questi pericoli nelle attuali normative sull’inquinamento ambientale, ma evidentemente queste norme potrebbero avere bisogno di essere riviste”.
Simone Valesini

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MERCURIO ENI NELL'ADRIATICO





di Gianni Lannes

Avvelenamento infinito ed impunito. Peggio della mafia c'è soltanto l'omertà dello Stato italiano. Le autorità tricolori ad ogni livello hanno consentito all'Eni di  seminare malattie e morte in un paradiso terrestre. E' accaduto a Manfredonia, ma non solo: una strage legalizzata di ignara popolazione e ancora speculazioni in grande stile, incluse le trivelle petrolifere, a danno della gente. La legge 426 del 1998 ha inserito questa zona nei 16 siti di interesse nazionale da bonificare. Con decreto del ministero dell'ambiente datato 10 gennaio 2000, il territorio da mettere in sicurezza e bonificare è stato perimetrato. Soltanto l'area marina inquinata dall'Eni - senza contare la terraferma - si estende per 853 ettari, pari a 8,5 chilometri quadrati. Nel 2008 l'Ispra ha rilevato proprio in loco, ovvero nella zona prospiciente il petrolchimico Anic-Enichem concentrazioni abnormi di veleni industriali, ma soprattutto il letale mercurio. A tutt'oggi, grazie anche all'evidente disinteresse di tutte le istituzioni ben informate sul disastro in atto, dal ministero dell'Ambiente ai sindaci Prencipe, Campo e Riccardi, dell'ente provincia di Foggia, nonché della regione Puglia da Fitto a Vendola ed Emiliano, nonostante i recenti rilievi dell'Arpa, non è stato disinquinato un centimetro quadrato di questo mare in agonia. Proprio qui dove il pericolo sismico e idrogeologico è notoriamente presente, il governo italiano intende autorizzare l'Energas/Kuwait Petroleum ad installare un impianto produttivo di gas a petrolio liquefatto, a rischio di incidente rilevante (secondo le direttive Seveso) da 300 mila tonnellate annue. Nel 2013 l'Italia ha aderito alla convenzione mondiale di Minamata, un trattato internazionale legalmente vincolante. Siamo alla resa dei conti, al redde rationem. E' l'ora di chiamare ufficialmente dinanzi alla Commissione europea, al Consiglio d'Europa, al Parlamento Ue, alla Corte di giustizia Ue e alla Corte dei diritti dell'Uomo, lo Stato italiano e l'Eni ad un atto concreto di responsabilità, in ossequio alla Convenzione di Aarhus (chi inquina paga). Occorre una nuova etica tra giustizia sociale ed ecologia, per un progetto che abbia il rispetto della vita e la conservazione dell'ambiente, come parte fondamentale delle scelte economiche, politiche e sociali.



 riferimenti:


















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ADDIO ADRIATICO: SPECTRUM DA’ IL COLPO FINALE!




 di Gianni Lannes


E' una condanna a morte decretata a tavolino, mentre tante gente se la spassa in riva al mare, nel cuore di un'altra estate anomala, e lacasta dei politicanti italidioti (abominevoli parassiti sociali) al servizio degli interessi stranieri vomita futilità. Comunque, sisprofonda in tutta fretta verso il disastro finale, però, con tutte le autorizzazioni previste in carta bollata dalla legalità mafiosa. 

«Non è attività di ricerca»: in base a questa incredibile motivazione i giudici amministrativi regionali del Lazio hanno respinto l'istanza della Provincia di Teramo, di 7 Comuni della costa teramana e di altri 2 Comuni marchigiani contro il decreto di Via rilasciato in favore della compagnia norvegese Spectrum Geo Limited. Che quindi potrà cercare gas e petrolio in una zona che va dalle coste della Romagna fino al Salento, per poi vendersi i diritti a rubare gli idrocarburi alle solite multinazionali impresentabili come la Shell o la Total. 

Gargano: uno dei 7 capodogli assassinati dalle attività disumane - dicembre 2009


Si tratta di un’area vasta ben 29.910 chilometri quadrati, a cui vanno sommati altri 35 mila chilometri quadrati concessi dalla Croazia alla stessa società. E’ il totale che fa la somma: 64.910 chilometri quadrati vuole dire accaparrarsi tutto il mare Adriatico, con conseguenze ambientali incalcolabili sul fronte dell’inquinamento, della subsidenza e dell’erosione costiera. Notoriamente, le estrazioni di idrocarburi minano la stabilità del sottosuolo e possono provocare terremoti. Inoltre, hanno un grave impatto sulla fauna, soprattutto a danno dei sensibili cetacei.    

L'autorizzazione a devastare l'Adriatico, definita "compatibilità ambientale", è stata rilasciata dai ministri dell'Ambiente e dei Beni e attività culturali. I ministri Galletti e Franceschini (entrambi nati in Emilia Romagna), come hanno potuto dare il via libera, quando il mare Adriatico impiega un secolo per ripulire la sue acque superficiali?




L’attività è quella di prospezione descritta da due istanze presentate il 26 gennaio 2011 per altrettante aree dell’Adriatico, la d1 BP SP (per 13.700 chilometri quadrati, da Rimini a Termoli) e la d1 FP SP (per 16.210 chilometri quadrati, da Rodi Garganico a Santa Cesarea Terme) entrambe riperimetrate il 29 gennaio 2016. Gli enti locali contestavano la procedura seguita dai ministeri competenti e che ha portato al decreto favorevole di Via, fino alla mancata valutazione ambientale strategica (VAS).



Dunque per il Tar, la Via è legittima, soprattutto perché non si tratta di attività di ricerca, ma di prospezione. Secondo il noto dizionario della lingua italiana Zingarelli, il termine “prospezione” vuol dire testualmente: «esplorazione del sottosuolo condotta con vari metodi e per molti scopi». La parola "esplorazione" significa alla lettera: «indagine diretta su cose o zone sconosciute». Vale a dire, inequivocabilmente, ricerca propedeutica all'estrazione di idrocarburi di pessima qualità (petrolio amaro). Allora, queimagistrati amministrativi non conoscono la lingua italiana. Ma quei togati come l'hanno avuto il posto fisso? O c'è di peggio dietro certe inqualificabili motivazioni per distruggere l'Italia?


Il presidente della Spectrum, Rune Eng, conferma che i dati finora raccolti «Indicano una grande potenzialità della parte croata dell’Adriatico», ma invita alla prudenza: «È ancora troppo presto per parlare delle quantità ma l’Adriatico orientale è senza dubbio molto attraente per le corporations internazionali dato che il mare non è molto profondo, fatto che riduce notevolmente il costo delle piattaforme per l’estrazione, in paragone ad altre parti del mondo, come in Africa o in Brasile».
I giacimenti di petrolio e di gas, sia pure di pessima qualità, fanno gola ad una ventina di multinazionali petrolifere che hanno già acquistato dalla Spectrum  la documentazione raccolta.
La Croazia pubblicato un primo bando per le concessioni gasiere e petrolifere. Una procedura forse un po’ troppo “svelta” rispetto alle normative che l’Unione europea ha approvato dopo il disastro della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico. Infatti il 21 maggio 2013, il Parlamento europeo ha approvato un rapporto che chiede nuovi standard di sicurezza nelle operazioni offshore di petrolio e gas e prevede norme che obbligano le aziende a provare la loro capacità di coprire i danni potenziali e dalle maree nere derivanti dalle loro attività e a presentare una relazione sui possibili pericoli e soluzioni, prima che le operazioni possano cominciare. Ma Ivan Vrdoljak, ministro dell’Economia croato nel 2014 ha dichiarato: «Sembra che la Croazia possa essere uno dei pochi Paesi europei che possiedono molte più risorse di gas e petrolio del loro fabbisogno e potrebbe, entro la fine di questo decennio, trovarsi nella posizione di una piccola Norvegia, diventando uno snodo energetico dell’intera regione». Secondo Vecernji list l’operazione porterebbe nelle casse della Croazia fino a 1 miliardo e 300 milioni di euro in 4 anni.

Il 25 novembre 2013, l’eurodeputato Andrea Zanoni ha  presentato un’interrogazione alla Commissione europea per chiedere indagini sulle ricerche di idrocarburi che la Spectrum sta conducendo lungo le coste croate in Adriatico, denunciando «La pericolosità dei metodi impiegati, con l’emissione ogni dieci secondi di un muro di onde sonore di 240, 260 decibel che rappresentano una fonte di inquinamento acustico subacqueo con possibili effetti negativi sul prezioso ecosistema marino».

Mentre dal lato italiano dell’Adriatico la contrarietà a prospezioni e trivellazioni offshore di petrolio e gas si fa sempre più forte, la Croazia, ultima entrata nell’Unione europea, punta molto sullo sfruttamento dei giacimenti che ci sarebbero davanti alle sue coste dove è tornata la foca monaca. Oggi il ministro dell’economia della Croazia, Ivan Vrdoljak, ha invitato i giornalisti sulla Seabird Northern Explorer, la nave della compagnia norvegese Spectrum, che dallo scorso settembre sta svolgendo per il governo di Zagabria l’esplorazione delle i risorse petrolifere offshore, ed ha confermato che «Ci sono forti e concreti indizi che nel sottofondo marino della parte croata dell’Adriatico potrebbero esserci ingenti risorse ancora non scoperte di petrolio e di gas».

La “Multi-Client 2D seismic acquisition survey offshore Croatia” della Spectrum  copre la maggior parte dell’off-shore croato  con una griglia 5 km x 5 km. L’indagine si collega a dati sismici dell’Adriatico italiano rielaborati da Spectrum, fornendo così una  valutazione a livello di bacino e «Confronti con analoghi campi di produzione di petrolio e gas nel vicino Adriatico italiano Adriatico - dice la società norvegese - l’acquisizione sismica iniziata nel settembre 2013 e si è conclusa il 19 gennaio 2014. Prodotti i finali saranno disponibili dall’aprile 2014».

Il presidente della Spectrum, Rune Eng, conferma che i dati finora raccolti «Indicano una grande potenzialità della parte croata dell’Adriatico», ma invita alla prudenza: «È ancora troppo presto per parlare delle quantità ma l’Adriatico orientale è senza dubbio molto attraente per le corporations internazionali dato che il mare non è molto profondo, fatto che riduce notevolmente il costo delle piattaforme per l’estrazione, in paragone ad altre parti del mondo, come in Africa o in Brasile».

I dati raccolti dai norvegesi dimostrerebbero quello che gli ambientalisti italiani e croati temono: «L’esistenza di giacimenti di petrolio e di gas» che fanno già gola ad una ventina di multinazionali petrolifere che hanno già acquistato dalla Spectrum la documentazione raccolta, cosa che non disturba Vrdoljak, che anzi ha detto che «Numeri più precisi sulle quantità delle risorse si sapranno dopo un’analisi dettagliata dei dati e un ulteriore ciclo di esplorazioni» e intanto ha annunciato che la Croazia pubblicherà già ad aprile un primo bando per le concessioni gasiere e petrolifere. Una procedura forse un po’ troppo “svelta” rispetto alle normative che l’Unione europea ha approvato dopo il disastro della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico. Infatti, il 21 maggio 2013, il Parlamento europeo ha approvato un rapporto che chiede nuovi standard di sicurezza nelle operazioni offshore di petrolio e gas e prevede norme che obbligano le aziende a provare la loro capacità di coprire i danni potenziali e dalle maree nere derivanti dalle loro attività e a presentare una relazione sui possibili pericoli e soluzioni, prima che le operazioni possano cominciare. Ma Vrdoljak tira dritto: «Sembra che la Croazia possa essere uno dei pochi Paesi europei che possiedono molte più risorse di gas e petrolio del loro fabbisogno e potrebbe, entro la fine di questo decennio, trovarsi nella posizione di una piccola Norvegia, diventando uno snodo energetico dell’intera regione». Secondo Vecernji list l’operazione porterebbe nelle casse della Croazia fino a 1 miliardo e 300 milioni di euro in 4 anni.

Attualmente esistono 107 piattaforme offshore dedicate all’estrazione di gas naturale, che sono ubicate per la quasi totalità nel mare Adriatico. In particolare 68 sono operative nel Nord Adriatico (costa romagnola), e 33 in Centro Adriatico.  Proprio  nel  settore petrolifero, attualmente ci sono oltre 12.290 kmq nell’Adriatico centro meridionale italiano, interessati da permessi di ricerca, istanze di coltivazione o per nuove attività  di esplorazione che si aggiungono alle 8 piattaforme già attive.
 
Il 25 novembre 2013, l’eurodeputato Andrea Zanoni ha  presentato un’interrogazione alla Commissione europea per chiedere indagini sulle ricerche di idrocarburi che la Spectrum sta conducendo lungo le coste croate in Adriatico, denunciando «La pericolosità dei metodi impiegati, con l’emissione ogni dieci secondi di un muro di onde sonore di 240, 260 decibel che rappresentano una fonte di inquinamento acustico subacqueo con possibili effetti negativi sul prezioso ecosistema marino».

I burocrati dell’Ue ha risposto il 23 luglio 2014: «La Commissione è a conoscenza delle attività di ricerca subacquea menzionate dall’onorevole deputato. Gli operatori devono rispettare le disposizioni delle direttive Uccelli selvatici(1) e Habitat(2), sotto la responsabilità dell’autorità competente croata. In particolare, gli Stati membri devono adottare provvedimenti che vietino di perturbare deliberatamente le specie marine rigorosamente tutelate come i cetacei e le tartarughe marine, in conformità all’articolo 12, paragrafo 1, lettera b), della direttiva Habitat. Tra gli elementi da tenere in considerazione ai fini del rilascio dei permessi vanno annoverati anche gli effetti prodotti sugli ecosistemi marini e sugli habitat vulnerabili, e ciò nel rispetto del protocollo offshore della Convenzione di Barcellona per la protezione dell’ambiente marino e del litorale del Mediterraneo, alla quale l’UE ha aderito nel 2012. La Commissione è attualmente impegnata a verificare se tutti gli obblighi sono stati rispettati ed è in attesa che le autorità croate competenti le forniscano chiarimenti sul progetto in questione. Inoltre, la direttiva quadro sulla strategia per l’ambiente marino(3) fa obbligo agli Stati membri di elaborare strategie per l’ambiente marino finalizzate al conseguimento di un buono stato ecologico delle rispettive acque entro il 2020. L’inquinamento acustico subacqueo costituisce uno dei principali problemi da affrontare. I Direttori delle Acque degli Stati membri hanno approvato recentemente un documento, di prossima pubblicazione, contenente delle linee guida per il monitoraggio dell’inquinamento acustico subacqueo».

Dopo due anni le autorità governative croate non hanno ancora fornito delucidazioni, mentre si moltiplicano i rischi e l’insensatezza della nuova corsa all’oro nero. Secondo informazioni riportate dal Vecernji list di Zagabria, ci sarebbe la possibilità di attivare circa venti centri estrattivi su piattaforma. Ad oggi le riserve certe sotto tutto il mare italiano sono di appena 9,7 milioni di tonnellate e nei fondali di fronte le coste di M arche, Abruzzo e Puglia, mentre si stima siano presenti 5,4 milioni di tonnellate di greggio nelle acqua prospicienti la Croazia. 




riferimenti:














 
 




















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